A cosa serve il direttore d’orchestra?

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A cosa serve il direttore d’orchestra?

A cosa serve il direttore d’orchestra?

Da piccolo, quando assistevo ai concerti, sono sempre rimasto affascinato e un po’ spaventato dalla figura del direttore d’orchestra. Quell’uomo solo, davanti ad un’intera orchestra, senza strumento. Con in mano un bacchetta che per tutto il concerto si dimena, geme, fa smorfie. Balla. Davvero un ruolo singolare.

Un’invenzione moderna

Nella storia della musica il direttore d’orchestra non è esistito da sempre. È solo un’invenzione moderna.

Prima dell’avvento di Guido d’Arezzo, prima che la musica avesse una forma scritta, e quindi si potesse replicare leggendola, senza ascolto, i gesti del direttore servivano a ricordare e capire l’andamento della melodia: il suo innalzarsi ed abbassarsi.

A partire dal cinquecento, il direttore (che poi era sempre ed esclusivamente il compositore) ricomparve assumendo un ruolo di guida ritmica. Un metronomo umano. Con un gran bastone percuoteva il pavimento portando il tempo. Pensate che Jean-Baptiste Lully, l’8 gennaio 1687, mentre dirigeva il suo Te Deum, si colpì un piede con la punta del bastone. La ferita divenne presto cancrenosa, l’infezione si diffuse in tutto l’arto interessato e il musicista ne morì due mesi dopo. Mortali pericoli di un mestiere.

Nel corso del seicento il ruolo di guida venne assunto, poi, dal primo violino. Il suo compito era quello di assicurare, durante l’esecuzione, che i componenti dell’orchestra suonassero insieme.

Ben presto però, le composizioni si facevano sempre più complicate. L’orchestra si infoltiva, i suoi componenti aumentavano. Nuovi strumenti musicali ne entravano a far parte. Per il primo violino divenne impossibile gestire un tale assembramento di musicisti e strumenti. Nacque così l’esigenza di affidare ad un’apposita persona, libera da ogni strumento, la guida dell’orchestra.

Ruolo del direttore d’orchestra

Quindi il ruolo del direttore è quello di guidare, “governare” l’orchestra, penserete. Non esattamente. Un’orchestra di professionisti può tranquillamente suonare da sola durante un concerto. Ma allora, a che serve il direttore d’orchestra?

Io lo definirei più un concertatore che un direttore. Proprio così, serve a concertare. Serve a stabilire, ad organizzare, a far convergere in un unico suono più di cento volontà. Il suo ruolo è essenziale ed insostituibile soprattutto durante le prove.

Sono le prove i momenti in cui l’esecuzione di un’opera musicale prende vita, viene costruita, scolpita, cesellata. È in quei momenti che il direttore d’orchestra deve convincere i musicisti della sua idea del brano. È un equilibrio fra profondità di comprensione, carisma, capacità comunicative e convinzione. Ha dinanzi un centinaio di professionisti, esperti nei loro strumenti, e deve indicarli come suonare un determinato passaggio. Se più forte o più piano. Più veloce o più lento. Se evidenziare maggiormente una nota piuttosto che un’altra. Imprime una direzione alla musica. Un verso da percorrere. Una meta verso cui tendere. Labile è il confine fra l’autoritarismo e l’anarchia.

Egli, però, dalla sua posizione privilegiata (è fuori dall’orchestra ma sufficientemente vicino da essere il primo a riceverne il suono) è l’unico a possedere una visione globale di ciò che sta accadendo. Un’intera visione nello spazio e nel tempo. Per far ciò il direttore deve conoscere a fondo, non solo la composizione che sta eseguendo, ma ogni singolo strumento della sua orchestra. Ne deve capire i limiti, prevedere le difficoltà. Comprenderne le esigenze. Ogni musicista, nell’orchestra, deve essere accompagnato e sostenuto dal suo gesto e dal suo sguardo. Deve sentirsi parte di un unico, grande strumento.

Il direttore d’orchestra è l’unico musicista ad utilizzare l’intero suo corpo, aiutato da una bacchetta bianca. Una bacchetta che estende e prolunga nello spazio i suo gesti, ampliandoli, ammorbidendoli, e rendendoli più visibili. Una bacchetta bianca per essere visibile anche in scarse condizioni di luce.

Depersonalizzazione di un ruolo

Non solo il direttore d’orchestra utilizza l’intero corpo, ma tutte le facoltà mentali. La grande caratteristica della musica, caratteristica che la distingue in maniera unica dalle altre arti, è il tempo. La musica vive solo nel tempo, nell’attimo presente. Momento in cui il suono viene emesso e percepito. Fugaci attimi. Dopo il tempo passa. Il suono non c’è più. Egli, con la sua mente è nel futuro, anticipa la musica, prevede con il gesto l’ingresso di ogni strumento. Con la memoria è nel passato. In quel passato in cui ha spiegato ai maestri dell’orchestra come suonare quel passaggio, come emettere quella nota. Con le orecchie è nel presente, teso all’ascolto di quanto sta avvenendo, pronto a correggere e suggerire.

Tutto ciò non per dirigere, o imporre un’idea ma per

infiammare, rendere incandescente, il bisogno di associare che c’è in ciascuno.

By | 2017-02-28T22:05:36+00:00 febbraio 28th, 2017|Musica|0 Comments

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