Perché diventiamo telefilm addicted

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Perché diventiamo telefilm addicted

Se ci pensiamo un attimo ciascuno di noi si distingue in innumerevoli modi. C’è chi legge montagne di libri, c’è chi sperimenta ogni giorno nuove ricette e chi canta davanti allo specchio, chi corre per decine di chilometri ogni mattina e c’è chi soffre ad ogni ora, un po’ per il clima, un po’ per il lavoro, un po’ per le scarpe, per la fame, per il sonno. Insomma il mondo è bello perché è vario.

E poi, c’è chi si distingue per il comodino. Sì, proprio così, per il comodino. Meglio ancora, per ciò che ha sul comodino. 

«Chi legge la Divina Commedia?»

Chiesi basito, quel giorno, in quel collegio universitario.

Anna Rita Riontino

Quella lettrice temeraria, quella studentessa affascinata dal contorto mondo della mente umana, innamorata dal forgiarsi della personalità in un bambino, è diventata una dottoressa. Una dottoressa anti-lettino, aliena ai “pipponi”, allergica alla sterile clinicità dei pazienti, convinta che la mente non sia al di là del cervello, che il cervello non sia al di là del corpo, che le persone non possano esser ridotte a mere patologie.

Oggi, quella ragazza dal comodino rivoluzionario, ci condurrà nei meandri dei meccanismi del nostro cervello. Ci spiegherà i leveraggi alla base dell’incompiuto, la potenza magnetica dell’irrisolto, la misteriosa arte del procrastinare. 

Spero che la collaborazione inaugurata oggi, con la dottoressa Riontino, sia lunga e fruttuosa.

Buona lettura.

 

Perché dimentichiamo velocemente un indovinello risolto che ci ha dato tanto da pensare? O perché dopo verifiche o esami si dimenticano molte delle nozioni studiate? E perché aspettiamo con ansia la nuova puntata di un telefilm?

Ogni volta che qualcuno dice: “Io non credo nella psicologia!” da qualche parte nel mondo uno psicologo o una psicologa muore.

Ironia a parte, chiunque sia del mestiere ha sentito almeno una volta nella vita una frase simile. Ma invece che attaccare col solito “pippone” (termine tecnico! LOL) in difesa di questa materia, dicendovi che psicologia non è “un lettino in uno studio” ecc ecc, oggi proverò a parlarvi di un fenomeno psicologico molto attuale, quotidianamente presente nelle nostre vite.

Nella speranza di aprire uno spiraglio su quella meravigliosa Scienza che è la Psicologia e mostrarvi come essa pervada ogni aspetto della nostra vita.

Buona lettura!

Perché diventiamo telefilm addicted?

La spiegazione del fenomeno che ci porta ad appassionarci e a diventare “dipendenti” dalla serie tv risiede in quello che scoprì la psicologa lituana Bluma Zeigarnik in un caffè viennese, negli anni Venti del Novecento.

In attesa di consumare la sua colazione, Zeigarnik notò la capacità dei camerieri di tenere a mente un alto numero di ordinazioni ancora da soddisfare, per poi dimenticarle una volta che l’ordine veniva soddisfatto. Così, stupita ed interessata, decise di studiare il caso.

Zeigarnik introdusse l’ipotesi che un compito non portato a termine crei una tensione psichica che facilita e motiva il proposito di completare l’attività e impedisce alla mente di concentrarsi in altri processi cognitivi.

Fece quindi una serie di semplici esperimenti e nel 1927 pubblicò lo studio dove sistematizzò il fenomeno che da allora porta il suo nome, l’effetto Zeigarnik appunto. In particolare affidò a diversi soggetti una serie di 18-22 esercizi da completare (enigmi, giochi, puzzle, problemi aritmetici), solo che ogni tanto ne interrompeva qualcuno. Scoprì così che le persone ricordavano due volte di più cosa stavano facendo quando venivano interrotte piuttosto che quando avevano finito il loro lavoro.

Cos’è, dunque, l’effetto Zeigarnik?

In generale è la tendenza umana a finire  quello che iniziamo.

Se qualcosa che abbiamo iniziato non è stata completata, sperimentiamo dissonanza: una attivazione fisiologica frustrante, una sensazione spiacevole che l’essere umano è portato ad evitare. Questa particolare tensione psichica porta quindi a ricordare di più l’azione e a volerla portare a termine.

E proprio il “potere dell’incompiuto” è forse uno tra gli espedienti più utilizzati ed efficaci per stimolare la curiosità delle persone.

Nel quotidiano, infatti, si incontra spesso tale meccanismo nella narrativa e nei telefilm.

Cosa c’è alla base della fortuna delle serie tv e alla diffusione dei “telefilm addicted”? Cos’è che ci tiene incollati allo schermo?

“Stranamente” ogni episodio viene interrotto sul più bello lasciandoci con una sensazione di suspense a cui l’effetto Zeigarnik è strettamente correlato. Non a caso, infatti, i registi delle serie tv, proprio sfruttando il meccanismo dell’effetto Zeigarnik, utilizzano al massimo questo metodo di suspense che viene chiamato cliffhanger (dall’inglese “cliff”, cioè scogliera o roccia a cui ci si possa aggrappare) ed è quel momento cioè, alla fine di un episodio, in cui si vede che sta per succedere qualcosa – per esempio qualcuno è in pericolo – ma l’episodio finisce prima che si scopra se e come quel personaggio riuscirà a salvarsi.

Il cliffhanger, in una serie tv, serve dunque a tenere inchiodati gli spettatori allo schermo, invogliarli a seguire tutte le vicende di una storia e spingerli a non perdere gli episodi successivi per sapere come va a finire.

Visivamente l’effetto Zeigarnik può essere paragonato a quella che in psicologia si chiama “legge gestaltica della chiusura” in cui forme incompiute attivano un meccanismo analogo nel cervello, il quale tende a completare linee e spazi per eliminare la tensione psichica (come nella figura sottostante, in cui sembra di vedere un triangolo capovolto).

Sheldon Cooper ne ha fatto una malattia: è famosa, infatti, la sua patologia per le azioni non concluse. Amy lo aiuta a risolvere il suo problema nell’episodio 21 della sesta stagione: “L’alternativa della chiusura”.

Non solo telefilm addicted.

Questo potente processo mentale è alla base di azioni di marketing, ma anche di videogiochi come il Tetris, ancora in circolazione dal 1984 che, nella sua forma più sadica, stimola a proseguire e proseguire finché tutti i pezzi sono al loro posto, in un rompicapo che non si risolve mai.

E quel motivetto nella testa?

A chi non è mai capitato di avere in testa una strofa di una canzone o un ritornello senza riuscire a smettere di canticchiarlo fra sé e sé? Secondo alcuni esperti anche questo fenomeno potrebbe essere dovuto all’effetto Zeigarnik: quando la mente non ricorda come proseguire la canzone preferisce tornare indietro e “riavvolgere il nastro” fino alla parte che conosciamo. E il motivetto continuerà a tornarci in mente.

E voi, sortite l’effetto Zeigarnik? Adesso, quando vedrete una serie tv o quando interromperete un compito, saprete cosa vi sta accadendo, e come si chiama questo fenomeno 😉

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1. È un termine che, pare, si cominciò a usare per via di un capitolo del libro di Thomas Hardy del 1873 Due occhi azzurri, che finiva con un personaggio appeso in bilico a una roccia. Letteralmente un cliffhanger.

By | 2017-05-04T16:55:10+00:00 maggio 3rd, 2017|Serie tv|2 Comments

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2 Comments

  1. Gabriele 4 maggio 2017 at 22:56 - Reply

    Probabilmente io sono un’eccezione ma ritengo di non sentire questo effetto. E non sono giunto a questa conclusione solo alla luce dei miei tantissimi progetti iniziati e mai portati a termine, ma anche per le innumerevoli serie, film o libri iniziati e mai finiti per la semplice ragione che non erano abbastanza avvincenti da mantenere vivo il mio interesse ed ho iniziato a leggere o vedere altro. Sono strano, che ci posso fare.

    • Anna Rita Riontino 8 maggio 2017 at 7:17 - Reply

      Ovviamente non subiamo tutti l’influsso dell’effetto Zeigarnik nella stessa maniera, né l’effetto può da solo farci appassionare a qualcosa (che si tratti di un film, un libro, un progetto, ecc) altrimenti guarderemmo tutti gli stessi film, ci appassioneremmo tutti agli stessi libri e seguiremmo tutti le stesse serie tv. In gioco entrano una miriade di altri fattori: qualità del prodotto a parte, preferenze e disposizioni personali fanno certamente la differenza. Oltretutto la mente umana è il rompicapo più difficile e avvincente che abbiamo davanti. Non siamo ancora in grado (e chissà se lo saremo mai!) di poter spiegare con certezza assoluta il suo funzionamento né di descriverne con dovizia di particolari gli affascinanti ingraggi. Sarà forse questa missione incompiuta, il non aver ancora risolto questo indovinello, che ci spinge a continuare a cercare le risposte? 😉

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